martedì 16 maggio 2017


ARTHUR SZYK: L'OCCHIO CAUSTICO DELLA PROPAGANDA ANTINAZISTA



Arthur Szyk è un artista eclettico, geniale e poliedrico. Nato in Polonia nel 1894 da famiglia ebrea, Szyk è un “soldato in arte”, come egli stesso si definì: durante la prima guerra mondiale si arruola nell'esercito russo e prende parte alla battaglia di Lodz, e poco dopo combatte nella guerra sovietico-polacca. Durante il secondo conflitto mondiale si schiera nettamente contro le barbarie perpetrate dal nazismo, e per tutta la vita si prodiga in favore delle minoranze razziali, impegnandosi attivamente per difenderne la libertà religiosa e l'uguaglianza sociale.
Dal punto di vista artistico il suo lavoro attinge da ambiti molto diversi: dal disegno, dalla pittura, dall'illustrazione e dal fumetto.
E' un artista difficilmente definibile, che sfugge a ogni classificazione, poiché, se da una parte ricalca canoni artistici ben codificabili e riconoscibili, dall'altra intreccia e mescola differenti stilemi formali, reinventandoli e ricollocandoli in un contesto semantico del tutto nuovo e peculiare. Da queste numerose contaminazioni nasce una sintesi espressiva incisiva e potente, dissacrante e irriverente, che  pone Arthur Szyk, a buon diritto, nell'empireo degli artisti più originali e interessanti del Novecento.
I contenuti delle sue opere sono spesso grotteschi e surreali, e mettono in luce un feroce spirito polemico e sarcastico. Le tematiche sociali e politiche sono estremamente evidenti e ispirano gran parte dei sui lavori.
Nel 1919 pubblica, insieme al poeta Julian Tuwim, il suo primo libro di caricature “Rivoluzione in Germania”, satira pungente e spietata contro la presunta superorità culturale e morale della Germania.
Nel 1921 si trasferisce a Parigi, dove rimane fino al 1937, e la sua espressione artistica subisce una grande svolta: passa da uno stile grafico in bianco e nero, conciso, asciutto e ruvido, a uno stile figurativo molto più ricco, dinamico e plastico, utilizzando in modo sapiente e suggestivo i colori e i giochi di luce. Il suo lavoro di illustratore in questi anni è particolarmente felice e prolifico. Fortemente affascinato dall'arte medievale e in particolare dai codici miniati, Szyk ne attinge a piene mani per dar vita ai suoi lavori di questo periodo e di tutta la sua produzione successiva, ispirandosi ad essi in quanto a dovizia di particolari, dettagli rappresentati e vividezza cromatica.  
Nel 1930 intraprende la realizzazione di “Washington e il suo tempo”, una raccolta di 38 acquerelli che descrivono la guerra di indipendenza americana; e nel 1933, con l'ascesa di Hitler al potere, inizia una serie di caustiche caricature sul Fuhrer che lo renderanno celebre in tutto il mondo.
Tuttavia la sua opera più pregevole e preziosa è la “Haggadah”, pubblicata a Londra nel 1940, che raggruppa 48 magnifiche illustrazioni in cui l'artista paragona l'esodo degli antichi ebrei dall'Egitto alla persecutoria politica antisemita della Germania nazista.
Nel 1940 Szyk emigra infine negli Stati Uniti, e l'America diventa la sua seconda patria. Qui le sue caricature e i suoi fumetti sono largamente apprezzati e vengono pubblicati su svariate riviste e giornali, ma la sua satira provocatoria non risparmia nessuno, neppure gli stati alleati.
Negli ultimi anni della sua vita Szyk continua a propugnare ideali di giustizia e libertà, e milita contro le ingiustizie razziali operate nei confronti delle minoranze, in particolar modo dei neri americani, vessati e discriminati costantemente dagli americani di razza bianca.
Muore il 13 settembre 1951 stroncato da un attacco di cuore.
La sua feconda produzione testimonia il suo incontrovertibile acume, lucido e corrosivo, ma è connotata anche da una grande sensibilità umana e artistica che trascende il tempo e la storia contingente per acquistare un ampio e notevole valore a livello universale.








venerdì 14 aprile 2017

ZAKAMOTO E IL MONDO DEI GIOCATTOLI

“Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti”
L. Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

Akira Zakamoto è da sempre un cantastorie, un aedo che si fa beffe della cecità e ci narra, con le sue sorprendenti alchimie di colori, il magnifico e incantato mondo dell'infanzia. Un'infanzia profetica, che racchiude il seme del cambiamento e scardina il presente per farsi portatrice di un futuro luminoso e vivido,  trascendendo l'illusorietà della realtà immanente.
Nell'ultima produzione artistica del pittore, però, non appaiono più i bambini, ma piuttosto gli emblemi dell'universo infantile: i giocattoli.
Essi sono un simbolo, un segno, una sorta di metonimia pittorica volta a rappresentare quel cambiamento che si può compiere solo attraverso il gioco, territorio ambivalente al confine tra realtà e immaginazione, in cui tutto diviene possibile. E sono i bambini, maestri e detentori dell'arte ludica, che hanno la capacità di attingere a quella metarealtà esoterica e onirica grazie alla quale si può creare ciò che ancora non esiste, preconizzandolo.
Le ultime opere di Zakamoto sono popolate da fieri e trionfanti giocattoli, protagonisti assoluti della scena, quasi a voler dileggiare, con garbata ironia, l'universo razionale, scialbo e prevedibile degli adulti. I giocattoli raccontano infinite storie, infiniti mondi, infinite possibilità. Non ci sono limitazioni limitanti, qui esistono solo la fantasia e il desiderio di giocare e mettersi in gioco.
In alcuni dipinti di Zakamoto è raffigurata la carta numero zero dei 22 Arcani Maggiori: il Matto. L'artista sembra suggerirci che l'incipit, il punto zero, ciò che permette di dare vita a qualsiasi cosa, è proprio la follia, intesa come quella temeraria e sovversiva  incoscienza che consente all'impulso creativo di generarsi ed espandersi, senza curarsi delle regole e del conformismo. E' infatti questa “follia” che ci spinge ad avventurarci altrove, lungo strade ignote, inconsuete, non ancora battute, per scoprire nuovi universi possibili.


LA DESERTIFICAZIONE DI BASILIO DIPANI

I dipinti di Basilio Dipani dal titolo “Desertificazione”, di recente produzione (2017), sono opere molto suggestive ed evocative, al confine tra l'astratto e il figurativo. L'impatto emotivo di queste tele è tagliente, intenso e pregnante. L'artista sembra voler raffigurare una natura desolata e aliena, ma che conserva ancora un afflato di dirompente vitalità. Il paesaggio è lunare e irreale, e sembra appartenere a un universo parallelo, a una dimensione dagli squisiti toni onirici e visionari. E' una natura dicotomica e atemporale, in bilico tra distruzione e rinascita, tra stasi e movimento, che si ribella alla mano ottusa dell'uomo e resiste caparbia alla sua insolente prepotenza. Le tonalità cromatiche di questi quadri sono acide, ruvide e apocalittiche, e la tecnica utilizzata crea intrecci materici densi di significati simbolici. Nei due quadri è presente un elemento centrale, un velo sottile, emblematico ed evanescente, che rappresenta una scissione, una coriacea dissonanza, e allo stesso tempo dona movimento ed equilibrio alla composizione, creando un sapiente effetto di profondità prospettica in cui lo sguardo, addentrandosi in un orizzonte infinito e arcano, si trastulla e si smarrisce. Pare di assistere a una silente deflagrazione, in cui un magma livido erutta dalle viscere della terra e si riversa nel cielo con tutta la sua potenza distruttrice e rigeneratrice. E come l'araba fenice, alla fine la natura, annichilita e vilipesa, si risveglia e risorge dalle ceneri.

Chiara Manganelli